LA COSCIENZA - La meccanica quantistica per capire la mente
Che cosa ci rende coscienti? È una delle domande più difficili che la scienza si trovi ad affrontare. Sappiamo molto sul funzionamento del cervello, ma ancora non abbiamo una spiegazione condivisa di come dall’attività di miliardi di neuroni possa emergere l’esperienza soggettiva: la sensazione di essere noi stessi, di percepire il mondo e di avere pensieri e sensazioni.

La spiegazione più accreditata parte dall’attività neuronale. La coscienza sarebbe il risultato dell’interazione tra vaste reti di neuroni e delle comunicazioni che avvengono tra le diverse aree cerebrali. Ma esiste una teoria che da decenni propone una strada molto diversa: per capire la mente, sostiene il fisico britannico Roger Penrose, potrebbe essere necessario chiamare in causa anche la meccanica quantistica.
Penrose ha ricevuto il Nobel per la Fisica nel 2020 per i suoi studi sui buchi neri e sulle conseguenze della relatività generale. Il riconoscimento, però, non riguarda le sue teorie sulla coscienza, che appartengono a un filone di ricerca distinto e sono tuttora al centro di un acceso dibattito scientifico.
L’ipotesi è stata sviluppata insieme all’anestesista statunitense Stuart Hameroff e prende il nome di Orch-OR, acronimo di Orchestrated Objective Reduction. Secondo il modello, all’interno dei microtubuli — strutture microscopiche presenti nei neuroni — potrebbero verificarsi fenomeni quantistici capaci di contribuire alla formazione degli eventi coscienti.
Ma la teoria di Penrose va oltre l’idea che nel cervello possano verificarsi fenomeni quantistici. Il suo punto di partenza è anche filosofico e riguarda i limiti dell’intelligenza artificiale e del calcolo: la coscienza, secondo il fisico, non sarebbe spiegabile semplicemente come l’esecuzione di un algoritmo. Il cervello, in questa prospettiva, non sarebbe quindi soltanto una sorta di computer biologico estremamente sofisticato. Alla base della coscienza potrebbe esserci un processo fisico che le teorie attuali non sono ancora in grado di descrivere completamente.
È proprio su questo passaggio che si concentra gran parte delle critiche. La meccanica quantistica è una teoria straordinariamente efficace nel descrivere il comportamento della materia su scala microscopica, ma da questo non deriva automaticamente che i fenomeni quantistici siano all’origine della coscienza.
Una delle principali difficoltà riguarda la decoerenza: in un ambiente caldo, umido e complesso come il cervello, gli stati quantistici potrebbero perdere molto rapidamente le caratteristiche necessarie per svolgere un ruolo nei processi mentali. I sostenitori della teoria Orch-OR hanno proposto negli anni diverse risposte a queste obiezioni e il modello continua a essere studiato e discusso.
Ma il punto essenziale resta: non esiste oggi un consenso scientifico che consideri dimostrata un’origine quantistica della coscienza.
La questione, dunque, non è stata risolta. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante della proposta di Penrose. La sua teoria mette infatti in discussione un’idea apparentemente intuitiva: che comprendere fino in fondo il funzionamento dei neuroni significhi necessariamente comprendere anche l’esperienza soggettiva che ne deriva.
La coscienza potrebbe essere interamente il prodotto dell’attività del cervello. Oppure potrebbe richiedere una teoria fisica più profonda, ancora da scoprire. Al momento non abbiamo una risposta definitiva.
Ed è per questo che, a distanza di decenni, la domanda rimane aperta: come può la materia diventare esperienza?
Forse, però, questa domanda può essere osservata anche da una prospettiva diversa da quella scientifica.
Nella tradizione ebraica, la neshamà, (anima) e’ la dimensione spirituale, come richiama il racconto della Genesi, in cui Dio insuffla nell’uomo un alito di vita, rendendolo un essere vivente (Genesi 2,7). In questa visione, l’essere umano non è soltanto materia, ma porta in sé una dimensione spirituale che lo mette in relazione con il divino.
La neshamà non offre una spiegazione scientifica della coscienza, ma suggerisce che il mistero dell’essere umano possa non esaurirsi nella descrizione dei suoi processi biologici. Se la scienza cerca di comprendere come nasce l’esperienza cosciente, la tradizione ebraica invita a interrogarsi anche sul significato più profondo della vita e su ciò che rende l’essere umano capace di cercare il bene, di assumersi responsabilità e di interrogarsi sul senso della propria esistenza.
E così, accanto alla domanda su come la materia possa diventare esperienza, ne rimane un’altra: e se comprendere i meccanismi della coscienza non significasse necessariamente aver esaurito il mistero dell’essere umano?
Luciano Bassani

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