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NAZA E IL CERVELLO ISTINTIVO - COME FUNZIONA L'INGANNO DEL BIAS DI CONFERMA

1 minuto fa
Tempo di lettura: 3 min

C’è un momento, nella vita di una società, in cui una notizia smette di essere semplicemente una notizia. Viene ripetuta, condivisa, urlata, trasformata in immagini, slogan, indignazione e paura. Alla fine non è più percepita come un’informazione da verificare, ma come una parte della realtà.

È su questo terreno che va letto anche il fenomeno dell’”egregore”: in senso lato, una “entità” collettiva alimentata dai pensieri, dalle emozioni e dalle convinzioni di un gruppo. In termini più scientifici, si può parlare di contagio emotivo, conformismo, polarizzazione e bias di conferma che consiste nella naturale tendenza umana a cercare, selezionare, interpretare e ricordare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti, ignorando, sminuendo o rifiutando attivamente tutte le prove contrarie. Il cervello prende decisioni in continuazione e per farlo usa scorciatoie cognitive  e  euristiche. L’euristica del consenso sociale ci porta a pensare che, se “tutti corrono nella stessa direzione” o “tutti condividono un’informazione”, allora quella direzione deve essere giusta e quell’informazione vera. Se vediamo molte persone manifestare paura, la nostra attenzione aumenta; se un’informazione arriva accompagnata da immagini forti, rabbia o indignazione, diventa cognitivamente più saliente di una notizia neutra e complessa.

Questo non significa che esista un semplice “cervello istintivo” che crede automaticamente alle falsità. Significa piuttosto che emozione, appartenenza sociale e ripetizione possono influenzare il modo in cui valutiamo un’informazione. Ed è qui che nasce il problema.

Una notizia può essere falsa, vera, parzialmente vera o contenere elementi ancora non verificati. Ma quando viene ripetuta migliaia di volte, accompagnata sempre dalle stesse immagini e inserita nella stessa narrazione, diventa familiare. E ciò che è familiare appare più plausibile. È uno dei meccanismi attraverso i quali una società può costruire una realtà condivisa, indipendentemente dal fatto che ogni suo elemento sia stato realmente verificato.

Il passaggio pericoloso è questo: “Lo hanno detto” diventa “lo abbiamo visto”. E successivamente: “Lo abbiamo visto” diventa “sappiamo che è così”. A quel punto contestare la narrazione non significa più, per chi l’ha interiorizzata, mettere in discussione una singola informazione, ma la propria interpretazione del mondo.

È in questo punto che il caso di NAZA diventa particolarmente significativo. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, è costruito attraverso testimonianze anonime di militari e presunti membri dell’intelligence israeliana.  NAZA non propone semplicemente una sequenza di fatti: costruisce un’esperienza. Volti nascosti, voci alterate, il buio, le testimonianze, il silenzio. Il cinema trasforma così informazioni e racconti in una forma narrativa capace di coinvolgere non soltanto la parte razionale dello spettatore, ma anche e soprattutto quella emotiva.

Davanti a un racconto emotivamente potente, lo spettatore può essere portato a formulare una conclusione prima ancora di avere verificato ogni singolo elemento. Una testimonianza personale può colpire molto più di una tabella statistica; un volto che racconta qualcosa può produrre una reazione emotiva che cento pagine di dati non producono. Il problema nasce quando l’emozione viene scambiata per prova.

Una persona può pensare: “Questa storia mi sembra vera.” Ma “mi sembra vera” e “è stata verificata” sono due affermazioni completamente diverse. La prima riguarda la nostra percezione, la seconda l’evidenza. Immaginiamo ora una notizia pubblicata online: una persona la condivide, altre cento la condividono, mille commentano indignate. Gli algoritmi vedono l’interazione e aumentano la distribuzione del contenuto. Altre persone incontrano la stessa informazione. Si crea un circuito: informazione → emozione → condivisione → ripetizione → familiarità → appartenenza → ulteriore condivisione.

Basta osservare il comportamento collettivo: una comunità può costruire una rappresentazione condivisa della realtà e poi difenderla proprio perché quella rappresentazione è diventata parte della propria identità. Ed è qui che entra in gioco il bias di conferma.

Il caso NAZA mostra che molte  delle rivelazioni raccontata con enorme forza emotiva devono essere sottoposte alla verifica dei fatti . Forse la lezione più importante che possiamo ricavare da NAZA non riguarda soltanto ciò che il film racconta, ma come noi esseri umani decidiamo ciò che riteniamo vero. Perché il rischio più grande non è soltanto quello di essere ingannati da una notizia falsa. È arrivare al punto in cui una notizia, vera o falsa che sia, è diventata così profondamente parte della nostra identità da non avere più bisogno di essere verificata. A quel punto non siamo più noi a possedere una convinzione: è la convinzione a possedere noi.

Tutto questo furore mediatico, esploso dopo il pogrom del 7 ottobre, ha bombardato il  cervello emozionale della gente con narrazioni potenti. Le manifestazioni dei propal guidate da mani esperte vedono la loro continuazione nel docufilm NAZA e raccolgono i frutti del fenomeno dell’”egregore”: quando una narrazione diventa realtà collettiva, la verifica dei fatti passa in secondo piano e il credo si trasforma in identità.

 

Luciano Bassani

 
 
 

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