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IL CERVELLO DEI GIOVANI È MENO REATTIVO AL PERICOLO: COME VIENE PERCEPITO DAL CERVELLO?

Molti incidenti dimostrano che, davanti al pericolo, la nostra reazione non è automatica. A volte scappiamo subito, altre volte restiamo paralizzati. La spiegazione si trova nel cervello, in tre strutture fondamentali: amigdala, ippocampo e corteccia prefrontale.
Due giovani in pericolo

L’amigdala è la centrale della paura. Riconosce minacce, genera emozione e prepara il corpo a reagire: battito accelerato, respiro più veloce, adrenalina. Ma non valuta il pericolo in modo oggettivo: si attiva solo quando uno stimolo rompe le aspettative di sicurezza o ricorda esperienze traumatiche precedenti.

Accanto all’amigdala lavora l’ippocampo. È lui che interpreta il contesto: dice al cervello se ciò che sta accadendo è coerente con ciò che ci aspettiamo o se rappresenta un rischio reale. 

In un ambiente familiare o percepito come sicuro, anche segnali potenzialmente pericolosi possono essere ignorati, ovvero, la percezione del pericolo dipende da dove ci troviamo e cosa ci aspettiamo.

La corteccia prefrontale coordina le decisioni e la risposta lucida. Negli adolescenti, però, è ancora in sviluppo. Questo significa che anche se l’amigdala “sente” la paura e l’ippocampo valuta il contesto, la trasformazione di queste informazioni in azione efficace può essere lenta o inadeguata. 

A complicare il quadro interviene l’effetto folla. 

Quando tante persone condividono lo stesso stato emotivo, la percezione individuale si fonde con quella del gruppo, creando una sorta di mente collettiva. 

In psicologia sociale questo fenomeno è noto come mente collettiva o, in termini culturali, “Egregore”: il gruppo orienta le emozioni e le azioni dei singoli. In questo stato, segnali ambigui vengono interpretati secondo il clima dominante: allegria o panico.

Tutti abbiamo visto recentemente in Tv le immagini delle fiamme sul soffitto di un locale e ragazzi che tentavano di spegnerle. 

Molti si sono chiesti: perché non sono scappati subito? Perché non hanno reagito immediatamente? Anche se è impossibile avere risposte in quanto non è possibile ipotizzare una reazione oggettiva senza essere immersi nella medesima situazione, si può provare a dare un' interpretazione alle risposte date dai ragazzi alla luce delle neuroscienze .


L’amigdala dei ragazzi non ha percepito la situazione come immediatamente minacciosa, perché segnali come scintille , calore e musica erano coerenti con il contesto di festa,  l’ippocampo ha interpretato la scena come parte dell’esperienza della serata: “tutto è normale”, e infine  la corteccia frontale , ancora immatura, non è riuscita a tradurre rapidamente paura e contesto in azione concreta.

A questo si somma l’effetto folla ossia l’“Egregore” della serata che ha rafforzato la percezione di sicurezza. 

I ragazzi non erano irresponsabili o incoscienti: erano immersi in un contesto emotivamente coerente, incapaci di trasformare istinto e percezione in decisione immediata.

Capire come funziona il cervello umano davanti al pericolo non significa giustificare tutto. Significa riconoscere limiti biologici e psicologici, e costruire contesti più sicuri, procedure chiare ed educazione all’emergenza.

La tragedia di Crans Montana mostra quanto la mente collettiva, insieme ai meccanismi cerebrali, possa aiutare a spiegare ciò che a prima vista appare inspiegabile.

Luciano Bassani

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